lunedì, 18 aprile 2005

La Pina si chiama davvero così. Sembra un nome da donna delle pulizie e difatti lei lo è. Vedova da tempo immemore, arriva coi suoi riccioli rigidi e tondi come ferro e dello stesso colore, e gli occhiali di bachelite nera a farfalla. Una stanghetta è rotta ma aggiustata bene, con un bel giro di scotch. Arriva col Ciao in ogni stagione e accetta di buon grado che il caffè che le offre la mamma sia un po’ corretto, d’inverno: “Fa freddo, chissà col motorino: lo correggiamo un po’ che si scalda?” ” Ma sì, sì che fa freddo. Ecco, anche un po’ di più… giù un bel grapòt, che fa freddo, davvero.” Ha un po’ troppa passione per le correzioni, e alla fin fine è di questo che poi morirà.

Ma il suo Ciao è la passione proibita del fratellino, che ha dodici anni e glielo ruba mentre lei lava i vetri per andare a far trial nei boschi dietro casa. E tutte le volte lei grida tutti i santi del cielo e giura che lo ammazzerà quel delinquente, perché le ha riempito di fango la moto. E il parabris, soprattutto. Però lo ama: è il suo preferito, e gli regala ogni volta una caramella dal sapore impreciso, presa dalle borse del Ciao. E lui quelle caramelle tutte imbioccolate da fiocchi di polvere, restate per chissà quanti decenni negli angoli pieni di briciole delle borsine blu e grigie, lui ogni volta fa la finta che gli piacciano molto e le butta appena lei si gira.

Uno strano amore quello tra lei, il fratello e l’orribile cane che risponde al nome di Fog. O meglio, non risponde: solo a lei, a lui e al vecchio nonnino della prima guerra mondiale, tutti gli altri li morde, con le sopracciglia aggrottate, appena arrivano a tiro. Però ha scoperto la faccenda delle caramelle e metodicamente rosicchia le borse del Ciao sugli angoli per arrivare a quella prelibatezza che succhia deliziato, con la saliva che gli cola dai baffoni. La SciuraPina ha la passione delle crociere: segue con dedizione Love Boat e si regala le sue vacanze d’estate sulle navi dove “Tutte le sere si balla, poi c’è una vita, ma una vita: proprio uguale che in lovbot”. Non ha il minimo interesse o nozione di dove la porti la nave e nonostante sia stata alle Canarie almeno sei volte non saprebbe indicare su un mappamondo nemmeno quale sia il loro emisfero.

La passione di Fog sono invece le pecore. Sui prati di fianco ogni tanto le portano a pascolare e lui impazzisce. Le vuole, vuole con tutto sé stesso essere il loro pastore, andare con loro. E tira la catena, e abbaia sulla recinzione, e piange e guaisce. Così quando poi muore la mamma dice al fratellino che lui è andato con le pecore: finalmente, finalmente ci è riuscito.
E l’ha accompagnato la SciuraPina, che nello stesso tempo se n’è andata anche lei.

Ma prima, non molto prima, una sera mio padre tornando ha investito una lepre. Abbagliata dai fari gli si è buttata proprio sotto le ruote, non è riuscito a evitarla. E allora l’ha raccolta, gli pareva cattivo lasciarla lì, morta sul ciglio. Ma quando è arrivato con questa leprona ancora calda e pelosa, non è che si sapesse bene cosa farne.
E mentre tutti siamo rimasti incapaci e sgomenti “Come diavolo si fa a toglierle il pelo?”, la Pina vede la bestia e dice che questa qui vien fuori bene, per domenica a pranzo.
E lo sta ancora dicendo che l’ha già appesa per il verso giusto: e in un gesto solo è già scuoiata. Fog e la Pina sono da qualche parte con le pecore e tanta grappa, e ogni tanto vanno a ballare in crociera.

Noi, intanto, se non abbiamo una lepre cuciniamo un coniglio.

Coniglio arrosto ma quasi in umido. Prendete un coniglio, a pezzi. Se volete potete farvelo fare a pezzi dal macellaio, se no provvedete voi. Se ve lo fate preparare dal macellaio chiedete di tenere il fegato, che servirà poi, se lo preparate voi gettate il resto delle cose che ci son dentro o datele al gatto e tenete il fegato (lo riconoscete, su: non ha la forma di un cuore, né di un rene). Preparate un soffritto con olio e burro, nelle proporzioni che preferite: al nord si tende a mettere più burro, al sud si usa più olio. Va bene comunque. Tritate molto fini le erbe: salvia, rosmarino, origano, maggiorana, timo, mirto, possibilmente freschi, e una manciatina di semi di coriandolo. Mettete il trito nella pentola col condimento, aggiungete due o tre spicchi d’aglio pelati e schiacciati e alcune foglioline di mirto e di salvia intere e fate soffriggere pian piano. Quando il soffritto è ben appassito mettete nella pentola i pezzi del coniglio e fateli arrostire rimescolando bene finchè la la carne ha uniformemente cambiato colore, poi aggiungete mezzo bicchiere di grappa o gin (l’alcol oltre a dare un buon sapore scioglie i grassi). Oltre a questi va bene quasi qualunque alcolico: vino, birra, vermouth secco, cognac, eccetera, tenendo presente che l’aroma sarà leggermente diverso e che la quantità va dosata secondo il grado alcolico. Quando la grappa o chi per essa è quasi asciugata, aggiungete brodo (di dado può andare benissimo) fino quasi a coprire la carne. Mettete un coperchio e fate cuocere adagio. Intanto che il tutto cuoce tranquilo prendete il fegato e mettetelo a bagno (immerso) in un alcolico forte e secco (ideale il gin, per gli umidi e i salmì meglio il cognac). Fate cuocere il coniglio lento e coperto per almeno (almeno!) un’ora, aggiungendo altro brodo se necessario. Intanto avrete lessato due, tre, quattro patate a seconda di quanto son grosse e quanti sono i commensali: lessate ma un pochino “indietro”, cioè non proprio cotte del tutto. Pelatele, tagliatele a pezzi e mettetele nella pentola col resto. Controllate la cottura della carne: dev’essere molto morbida e staccarsi dalle ossa, se così non è va cotta ancora. Quando vi pare quasi pronto recuperate il fegato dal suo bagnetto di gin, frullatelo bene e buttatelo nella pentola, mescolando con cura perchè deve mischiarsi uniformemente al sugo. Cuocete una decina di minuti ancora, a pentola scoperta, finchè il sugo si sarà ridotto e addensato a sufficienza. Dopo, vedrete che un grappino ci sta.