martedì, 25 gennaio 2005
È buio, e fa quasi un po’ freddo. Ma è solo che sei ancora assonnato: sei in piedi, ma non ancora svegliato. Accendi in cucina, c’è un gran silenzio di fuori. Il rettangolo buio della finestra, tutto ancora che dorme e questa scatoletta di luce, sospesa, con te a piedi nudi. La caffettiera, il caffè. Molto più di un fragore di sveglia è lo stridìo di quell’alluminio avvitato che inizia a scrostarti dal sonno. Ti viene in mente quella stanza, una volta, quando tornato così tardi da fuori avevi sentito, già quasi dormendo, lo stesso rumore di là dal cortile. Ed eri rimasto sveglio aspettando, nel silenzio assoluto di prima dell’alba, il suono, frusciante e perfettamente distinto, del caffè che saliva. Solo dopo avevi dormito, nel profumo avvolgente che veniva da quella finestra di fronte. Tu e quel vicino – forse un tranviere per svegliarsi a quell’ora – vi eravate passati di mano, con un lancio perfetto, la tua giornata finita e la sua che iniziava: e quello scambio aveva il tintinnio di metallo di una moka messa sul fuoco. Da allora hai sempre cercato in tutte le strade di ogni città dove sei capitato in quell’ora di prima dell’alba, cercato e trovato, sospesa per aria, una finestra che all’improvviso si accende e ti è parso di sentire il rumore di quell’acciottolìo di vite e coperchio, di tazzina e cucchiaio. Il mondo si sveglia in cucina.
Se la giornata è torbida e opaca fai il caffè creolo, versando un caffè forte e bollente in una tazza con due cucchiaini di zucchero, un chiodo di garofano, un pezzetto di vaniglia, uno di cannella e una grattuggiata di noce moscata. Mescola e filtra, e bevilo piano. Oppure il caffè dell’arabia, usando se vuoi il caffè di una moka ma aggiungendo un pizzico di cannella in polvere, un pizzico di zenzero e un giro di pepe macinato al momento. O il caffè al cardamomo, pestando cinque o sei capsici e rimettendo a bollire il caffè, con lo zucchero sciolto e il cardamomo, mescolando per due o tre minuti. Poi lo filtri e lo bevi bollente.