venerdì, 09 settembre 2005
Le rane le andavamo a mangiare a Moncucco. Un posto vicino al fiume, subito oltre Morimondo, luogo che fin da bambina mi dava da pensare perché con un nome così un posto non può che essere, in qualche modo, un confine.
Non ho mai scoperto di cosa fosse il confine e del posto delle rane ho solo vaghi ricordi, un grande cortile di cascina, tavoli di legno e risotto e montagne di rane fritte e i bambini – che arrivano sempre primi ad aver mangiato e finito – noi bambini che giocavamo nella terra sotto il pergolato.
Però le rane le prendevamo, anche: ranette padane non ancora sterminate dai pesticidi, verdi come piselli che saltano, piselli con gli occhi e quattro gambine.
Le catturavamo quando andavamo a comprare la carne in una macelleria che le mamme dicevano speciale, dalle parti di Abbiategrasso, oltre la fine della città, dove iniziavano prati e rogge e strade secondarie di terra battuta.
Messe in grossi barattoli da marmellata con una garza fermata da un elastico per chiuderli, così respirano, in compagnia di qualche filo d’erba e sassolino e mezzo dito d’acqua melmosa, così hanno la loro casa, hanno da mangiare (eravamo convinti, per affinità di colore, che le raganelle si cibassero d’erba) ce le portavamo a casa per poterle allevare.
Di allevamenti di rane al sesto piano di un condominio in città non se n’è mai visti molti aver buona riuscita, difatti il fallimento era totale: le rane scappavano sempre. O meglio, riflettendoci poi, dovevano essere in qualche modo smaltite a un certo punto da mamma e zia che avevano trovato la comoda scusa della fuga di massa.
Perché a ben guardare l’unica volta che erano davvero scappate, la prima, abbiamo poi trovato – cosa che non si è mai più ripetuta in seguito – per giorni e giorni ranette dovunque, perlopiù schiacciate sotto i piedi e tra le porte.
Non tante quante avrebbero dovuto essere però, perchè con commovente – e immagino estenuante – zelo gli spiaccicati cadaverini venivano fatti sparire per non farci, a noi bambini, impressione.
Non sapevano che a noi impressione non ne facevano affatto, perché non sapevano (non gliel’abbiamo mai detto, vincolati da un mai deciso a parole quanto ferreo segreto) quello che avevamo visto, noi, quel giorno che si era andati a comperare la carne.
Forse perchè la coda dal macellaio era più lunga delle altre volte, forse perché grazie a fortuite circostanze avevamo catturato ranocchie bastanti in un tempo più breve del solito, ci siamo trovati quella volta a girellare intorno annoiati. E girellando siamo capitati sul retro della costruzione che si chiamava Macelleria, come abbiamo scoperto, in senso precisamente letterale: non era cioè soltanto rivendita, ma luogo di macellazione.
Così siamo entrati in quel cortile, io il fratellino e i due cuginetti, cinque, sei, otto anni, prendendoci immediatamente per mano impietriti dal fascino orrendo di quello che stavamo vedendo.
L’ombra della enorme tettoia, affollata di sagome appese e di uomini e sangue e noi nella corte assolata, appena oltre il cancello, a guardare la mucca trascinata a forza e l’uomo con gli stivali, nella mano una corta pistola premuta tra le corna e la bestia che cade, all’istante, pesante e muta di colpo.
M. – L’ha uccisa.
L. – Sì.
R. – Sì.
M. – L’ha uccisa con la pistola.
C. – Ma è morta?
L. – Certo, l’ha uccisa.
C. – Ah.
R. – Scemo, certo che è morta. È sdraiata.
M. – La aprono.
R. – Le tolgono le budelle, guarda.
C. – Perché le tolgono le budelle?
L. – Perché non si mangiano.
C. – E il resto si mangia?
L. – Sì, si compra di là, nella macelleria. È la carne.
C. – Ah.
M. – Hanno fatto in fretta, hai visto. Era viva e adesso è tutta a pezzi.
R. – C’è tanto sangue in una mucca.
L. – Sì.
M. – Sì.
C. – Ma.
L. – Ma cosa?
C. – Ma quella lì è la carne che adesso compra la mamma?
L. – No. La mamma ne compra un’altra.
C. – Ah.
Dicono che a molti veder macellare animali dia un perenne e insormontabile disgusto per la carne. Non so.
Io so che vedere quell’ammazzare e sventrare, quegli uomini tranquilli che buttavano le cicche di sigaretta a spegnersi sfrigolando nella melma rossiccia, quel vedere le mamme uscire dal negozio con sacchi e pacchetti che avremmo mangiato e di cui avremmo con cura tenuta ignota a loro l’origine, quella giornata di sole e di morte con un barattolo di rane sussultanti in una mano e la manina sudata di un fratello nell’altra, quegli intestini così grandi e morbidi, e bianchi e traslucidi, quegli stomaci immensi e fumanti rovesciati sull’aia, a me ha fatto passare per sempre l’impressione per il sangue e le viscere di qualunque animale meno grande e meno bello di una mucca marrone chiaro con la coda che sbatte.
(le rane poi, alla prova dei fatti, non hanno nemmeno le budelle verdine come per molto tempo avevo pensato.)
Risotto con le rane
Mettete in una casseruola olio e un pezzetto di burro, unite due porri e una carota tritati e qualche foglia di sedano. Fate soffriggere, salate e aggiungete le rane (nella quantità di circa 400 gr per quattro persone) dopo averle pulite; fate rosolare per qualche minuto e bagnate con un bicchiere di vino bianco.
Lasciate evaporare, aggiungete due mestoli di brodo bollente e quando avrà ripreso il bollore aggiungete il riso.
Proseguite la cottura aggiungendo il brodo man mano che viene assorbito. Quando la cottura sarà quasi ultimata cospargete di prezzemolo ben tritato e servite molto caldo.
Ci sono varianti più complesse che prevedono gamberi di fiume e filetti di pesce persico: prima o poi provvederemo.
